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Documenti. Dal diario di Francesco Simonetta

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Simonetta cavaliere«Maggio 19. [...] Giunto la notte in Borgomanero, il comandante lasciava colà il capo squadra Besana Enrico ed il furiere Zaffarelli Oreste con quattordici guide e coll'intesa che si pattugliasse sui diversi stradali; che si lasciasse incerto il loro acquartieramento; che quando gli Austriaci avanzassero, essi riparassero verso Gozzano e le adiacenti alture, ove il comandante stesso li avrebbe poi raggiunti.
Chiamato il sindaco, con esso restava inteso, che avesse ad inviare ovunque persone sicure e che il Besana Enrico sarebbe stato d'ogni cosa edotto acciocché esso potesse il tutto comunicare al Generale in Gattinara.
Prese queste intelligenze, il comandante con 3 guide - Pogliani Luigi, Solari G.B. e Franchini Giovanni - si portava a Gattico. Quivi lasciatele coll'istruzione di attendere i suoi ordini, e, nel caso solo dell'avanzarsi degli Austriaci, cercassero di riunirsi al distaccamento di Borgomanero comandato dal capo squadra suddetto.
Prese allora gli abiti da borghese dal fittabile del conte Leonardi, sig. Scotti, con un piccolo legno si fece accompagnare a Borgo Ticino. Da colà inviava persona di sua piena conoscenza a Sesto Calende, perché invitasse col pretesto d'affari il sig. Biagio Viganotti, deputato politico di colà, ed uno dei principali proprietari della navigazione del Ticino, a volersi portare dopo il mezzodì sulla destra sponda del fiume, ove egli tiene le sue stalle e la sostra dei legnami.

Maggio 21. Mentre stavasi eseguendo il dato incarico, il comandante recavasi a Varallo-Pombia, e di là perlustrava la sponda destra del Ticino fin sotto Somma e Castelnovate. É da notare, che dagli Austriaci erano state requisite e messe sotto militare sorveglianza le barche tutte servienti alla navigazione del Ticino. Poche poterono venir sottratte a tale disposizione; quelle sole, i cui proprietari fecero occultare internandole nelle roggie che dal Ticino diramano od immettono.
In questa perlustrazione, in una roggia lungo la riva destra, e più precisamente sotto la Maddalena, rinvenne il comandante una ventina di grosse barche quivi nascoste. Trovandosi esse in località propizia per tentare in quelle vicinanze un passaggio, diede le relative disposizioni per poter all'uopo, e quando altrove non si giudicasse conveniente, quivi tentare un passaggio.
Recatosi in seguito di fronte a Sesto Calende, al convegno domandato al Viganotti, da questi poté sapere come pochi soldati austriaci fossero a Sesto in servizio della gendarmeria, e della finanza; che egualmente pochi, e solo allo stesso scopo, eravene in Somma, che a Gallarate tutt'al più eravi qualche battaglione; che le barche erano tutte requisite, che però avrebbe saputo sottrarne alla vigilanza austriaca e metterle a disposizione; ma che questo non si sarebbe potuto fare che al momento, quando subito dopo si fosse potuto spiegare una forza imponente.
Tali informazioni, confidenze e promesse di prestazione poté avere il comandante dal sig. Viganotti stante l'anteriore sua personale conoscenza. Ciò nulla meno, attesa la instabilità del carattere del Viganotti, ben nota al comandante, prima di passare a combinazioni di comune accordo che potessero compromettere la sicurezza del Corpo e l'esecuzione dell'ideato passaggio, il comandante giudicò opportuno significargli come egli venisse per incarico del Generale, come quivi od altrove si sarebbe effettuato il passaggio; che probabilmente si sarebbe approfittato di lui e delle sue barche; che con tutto il maggior segreto disponesse per assecondarci e servirci; che il Generale giuocava di grosso giuoco; che la sua testa avrebbe risposto quando per colpa sua il progetto andasse fallito; che il Viganotti in ogni caso ben conosceva il comandante come persona che non mai fallì la sua parola.
Rimasti col Viganotti nella presa intelligenza, pronto ad ogni suo cenno, recavasi il comandante con un legno fino a Stresa, prendendo cammin facendo informazioni sul nemico e sul conto dei suoi battelli e dei forti di Laveno che gli veniva dato di avere. Da Stresa passò con un battello a Pallanza, e di là ad Intra.
Scopo di spingere sue ricerche fino ad Intra ed era di sapere se possibile e più conveniente fosse uno sbarco lungo la riva del lago, e se fosse stato possibile un colpo di mano sui battelli austriaci e sui forti di Laveno. A questo riguardo è da notare che il comandante delle Guide aveva avuto prima d'allora segrete intelligenze per mezzo di contrabbandieri con persone dell'equipaggio austriaco. Seppe in questa circostanza come gli Austriaci avessero aumentato nei forti di Laveno e sui battelli di numero e di vigilanza, che il presidio ascendeva a più di 800 uomini; vide coi propri occhi che ancora si attendeva con molta alacrità al compimento ed all'armamento di un nuovo forte. Seppe come un sergente che comunicava coi contrabbandieri, e che dicevasi disposto ad assecondarli in qualunque colpo si fosse voluto tentare sia sui battelli che sui forti, e che per insinuazione di questi era stato pregato di non disertare come egli voleva, stanco di aspettare, avesse con altri due suoi  compagni tentato di fuggire, ma che disgraziatamente erano stati spiati e presi prima che avessero potuto mettersi in salvo.
Riconosciuto impossibile ogni sbarco lungo la costa austriaca del lago, senza che potessero i battelli giungere in tempo ad impedirlo, vide la necessità di abbandonare ogni idea di tentativo da questo lato e quella di rivolgere i progetti al Ticino.

Maggio 22. Di gran mattino, da Intra per Omegna ed Orta, recossi il comandante a Borgomanero. Trovò colà giunto la notte il Generale con tutto il Corpo. Seppe come il colonnello Boldoni, comandante dei Cacciatori degli Appennini, si fosse rifiutato di ottemperare agli ordini del generale Garibaldi di recarsi immediatamente coi suoi a raggiungerlo, adducendo per motivo di non essere in grado per mancanza d'istruzioni e di effetti diversi.
Seppe pure come si fosse creduto che egli ed i suoi fossero caduti in mano degli Austriaci, motivo per cui il Generale aveva anticipato la sua venuta a Borgomanero, onde venire in suo aiuto se gli era possibile; seppe che tale supposizione proveniva dacché la sera del 20, dopo che egli coi suoi aveva passato la Sesia, gli Austriaci si fossero avanzati per Ghemme ed avessero occupato Romagnano, e che discesi al porto, avessero tentato di tagliare il cordone e d'impadronirsi del porto stesso; ciò che loro sarebbe riuscito se gli avamposti al di là della Sesia, verso Gattinara, non si fossero messi sulla difesa e non li avessero respinti a fucilate; seppe altresì che le due guide Polverini e Remedi, lasciate in Romagnano, per confusione in loro avvenuta e per debolezza, si fossero lasciate indurre, all'approssimarsi degli Austriaci, a ripassare la Sesia e riparare a Gattinara, anziché raggiungere il loro distaccamento in Borgomanero, e prevenirlo di quanto accadeva. Però, dopo la resistenza dai nostri opposta, ed i nostri preparativi per passare la Sesia, gli Austriaci avevano lasciato Romagnano e si erano ritirati, permettendo così al Generale di passare la Sesia con le sue truppe e di giungere senza molestia alcuna in Borgomanero.
Informato dell'accaduto, il comandante delle Guide a sua volta informava il Generale del suo operato. Dimostravagli essere difficile e di ben incerto successo ogni operazione che tentar si volesse lungo il lago, dicevagli avere pronti i mezzi per varcare il Ticino in due diversi luoghi, l'uno al disotto di Sesto Calende dove il Ticino incominciava il suo corso e dove i battelli austriaci non potevano giungere, l'altro a 10 o a 12 chilometri più sotto verso Somma.
Venne scelta la località di Sesto come la più prossima, e perché quando, per imprevedute circostanze o per sopraggiunte forze nemiche, ne fosse reso malagevole od impossibile questo passaggio, si sarebbe tentato il secondo. Onde la cosa avesse luogo col più grande segreto, ed affine di eludere la vigilanza del nemico, vennero dati gli ordini affinché venissero in Arona, e più in su a Meina, preparati gli alloggi ed i viveri per tutto il Corpo: 3500 uomini e 150 cavalli. Prima di sera il Generale sarebbe giunto coll'intiero Corpo in Arona, là avrebbe atteso bivaccando la notte. Il comandante delle Guide ripartiva tosto per Castelletto, ove doveva tutto disporre perché il passaggio colà venisse effettuato durante la notte stessa. Quando tutto fosse stato pronto, e riconfermata la disposizione degli Austriaci oltre il Ticino, sarebbe venuto egli stesso a darne avviso al Generale in Arona, ed a muovere di là con esso Lui e col Corpo alla volta del passaggio.
Il tutto procedette a norma del progettato. Giunto a Castelletto, il comandante seppe che nessuna variazione era avvenuta negli Austriaci, diede allora le disposizioni perché le barche necessarie a trasportare 500 uomini in una sola volta venissero portate dopo mezzanotte e disposte in modo da facilitarne l'imbarco, sotto al Castello del marchese Visconti, di maniera che venivano così a trovarsi queste barche ad un chilometro circa più in giù del porto; passaggio in allora non solo impedito, ma soppresso essendone stato tolto il cordone. Ciò fatto, si recò ad Arona da dove col Generale e col Corpo ripartiva a notte inoltrata. Una notte oscura favoriva i nostri progetti perfettamente.
Alla mezzanotte si giunse colla colonna in Castelletto. Quivi il 2° reggimento passava nel Castello Visconti mentre gli altri bivaccavano sullo stradale del Sempione di fronte a Sesto. Entrato il 2° reggimento nel Castello, si chiusero i cancelli per impedire l'ingresso alla popolazione. Di là, favoriti dall'oscurità della notte, senza lumi, senza sigari accesi, senza il benché minimo rumore, si discese alla riva del fiume, ove trovavansi disposte le commesse barche. Quando le barche furono ricolme di uomini, si spinsero all'altra sponda. Non tutte le barche poterono resistere in egual modo alla corrente, perciò, quale più, quale meno, furono tutte trasportate più in basso. Quella che trasportava il colonnello Medici fu la prima a staccarsi per un'impaziente comando dato dal medesimo, e quella che più delle altre veniva trasportata in giù dalla corrente.
Per la profonda oscurità, e pel silenzio ognora serbato dai nostri, si ebbe a perdere tempo e non poca fatica prima di poter riunire le diverse compagnie sotto al comando dei rispettivi ufficiali. Ottenuta questa riunione, venne affidato al maggiore Sacchi di riascendere la sponda sinistra, coll'ordine che, giunto presso di una sega s'imboscasse, e impedisse ogni scampo a quelli che da Sesto tentassero di fuggire. Fra un'ora bloccasse una piccola casa che una guida affidatagli avrebbe indicato, dove era un posto di finanzieri e di soldati, facendo prigionieri l'intiero presidio.
Cogli altri s'attorniò Sesto, lasciando su di ogni stradale una compagnia coll'incarico di avvicinarsi all'abitato ed occuparne tutte le vie.
Lasciato il tempo necessario perché tutte le vie fossero prese dai nostri, si marciò cogli altri drettamente sulla piazza, ed in pari tempo si presero come di assalto le caserme dei soldati, finanzieri e gendarmeria, non che le diverse abitazioni del Commissario di polizia ed altri impiegati.
Questo movimento ebbe luogo tanto simultaneo ed improvviso, che a nessuno fu possibile, né alcuno ebbe tempo, di pensare alla fuga o d'opporre resistenza. Una cinquantina fra gendarmi, finanzieri e linea furono i prigionieri fatti.
Tosto divenuti i padroni del paese - erano le 3 del mattino - venne messo il cordone del porto, e si diede mano al passaggio, col porto, dei cavalli e carri, e con barche quello delle truppe. Contemporaneamente si piazzarono sentinelle avanzate da tutti i lati, e superiormente a Sesto, lungo le due sponde, i carabinieri onde assalire i battelli quando fossero venuti per molestarci.

Maggio 23. Prima delle 6 ant. il passaggio dell'intiero Corpo aveva avuto luogo nel modo più soddisfacente; dopo il mezzodì il Generale diede l'ordine di marciare, ed al capitano De Cristoforis quello di rimanere con la sua compagnia per occupare le posizioni.
Da Sesto-Calende per Corgeno, Varano, Bodio, si prese la via di Varese».

 

Il diario di Francesco Simonetta, comandante della cavalleria garibaldina nella campagna del 1859,
Casa Editrice Italiana, Roma 1909, pp. 13-18.

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